Scalata, prima parte

C’è un momento preciso in cui la mia vita è cambiata: è il novembre del 2013. Dopo tante storielle senza troppa importanza, finisce la mia prima storia d’amore seria, durata quasi due anni.

Apro gli occhi verso la vita, me li ha fatti aprire lei, insegnandomi tanto senza saperlo. Una cosa che non le ho mai detto.

Così esco dal bozzolo. Tutta la mia vita fatta di negazione e pigrizia, finisce, vedo i colori del mondo per la prima volta, saturi della loro essenza.

Perdo peso, comincio a fare sport, divento più spirituale e perdo alcuni dei costrutti che mi rendevano pauroso: ora dico “sì” ad ogni evento che mi si presenti, affronto tutto, mi elevo.

Mi avvicino alla Montagna, trovando il mio più alto momento di Spirito Interiore. Capisco che tutto quello che l’uomo fa è superfluo, se poi non rimane incantato di fronte la natura. Non c’è niente di più sacro che guardare la Natura. Standola ad ascoltare mi ha svelato tutto.

Ho avuto un’altra storia d’amore, molto significativa, molto complicata, stavo di nuovo perdendomi. Così nel 2016 faccio un passo ulteriore e mi avvicino ancora di più alla Montagna: comincio a perdermi in lei vivendola ancora più intensamente dedicandole ancora più tempo. La studio, studio modi nuovi per avvicinarmi ad essa sia con lo Spirito che con i mezzi terreni. Torno alla Neve. Torno al silenzio dei boschi bianchi e al riflesso brillante del sole sui fiocchi e le distese. Erano cose che avevo già ma, nel tempo, semplicemente erano andate dimenticate.

A fine anno acquisto un libro di Walter Bonatti, famoso Alpinista italiano. Leggo le sue imprese da scalatore e mano a mano capisco l’uomo. Voglio essere come lui, non scalatore, quello non credo di poterlo più fare, ma voglio vivere come lui: voglio conoscere me stesso scoprendo la Natura, lasciarmi cullare fino a farmi rinascere. Walter Bonatti è il primo scrittore per cui provo un tipo nuovo di ammirazione, non è la bravura tecnica a sorprendermi, ne lo stile – con cui finora ho misurato gli scrittori – ma la sua levatura morale a colpirmi. Bonatti piangeva quando raggiungeva le sue Montagne, per l’immensità che provava dentro e io voglio provare lo stesso.

Quindi nel 2017 voglio andare ancora più in alto, ci sto riuscendo anche se ho perso alcune parti di me. Mi manca provare l’amore per una persona ma sono convinto che questa ricerca nella Natura potrà portarmi anche quello, ne sono convinto.

Sia Bonatti che un altro grande della Montagna quale è Reinhold Messner hanno detto una cosa che mi ha aperto ulteriormente gli occhi: non è la cima la parte più importante della scalata, ma quanto si cambi dentro per raggiungerla.

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Painkiller: Cronache dei Metalli Pesanti – Capitolo 6

6

Machine Head: Ghosts Will Haunt My Bones

C’era qualcosa di profondamente sbagliato in tutto quello che mi stava accadendo. La mia vita, fatta di fantasmi, cominciava ad ottenebrarmi il cervello e perdevo sempre di più la mia lucidità, una caduta sempre più pressante verso la follia e l’autocommiserazione. Non riuscivo più a lavorare, perché pensavo ai fantasmi; non riuscivo più a dormire, per colpa di questi fantasmi; non riuscivo a vedere un film, a leggere un libro, a bere una birra senza che i fantasmi invadessero il mio cranio. Naturalmente la cura era la musica così decisi di farmi impiantare un piccolo chip nei padiglioni auricolari che captava musica metal 24 ore su 24. No, sto scherzando, è roba da fumetti. Purtroppo.

La contromisura che presi fu parlare con me stesso. Mi sedetti in cucina, una sera, e, perfettamente sobrio, con un bicchiere di tè al limone davanti, richiamai la mia stessa attenzione.

– Whiskey.

– Eh? Cosa c’è?- il mio Io era sorpreso.

– Devo parlarti.

– D’accordo, devo sedermi?

– Sono già seduto.

– La tua fisicità lo è. Io, in quanto tuo Io non fisico, vago liberamente per la tua mente.

– Va bene, fai come ti pare. Basta che mi ascolti.

– Devo chiamare anche gli altri due?- domandò il mio Io con aria scocciata.

– Sì, voglio risposte da tutti.

– Va bene, ora arrivano.

Era un po’ che non facevamo una seduta generale. Solitamente li lasciavo esprimere liberamente, come meglio credevano ma questo volta temevo avessero esagerato un pochettino. Avevano oltrepassato il limite che io stesso avevo imposto tanto tempo fa, quando avevo preso la sacra decisione di non vivere più con tutti i fantasmi del passato.

– Sono arrivati. – disse contrito il mio Io.

– Dove eravate, si può sapere?- domandai incuriosito.

– Io stavo dormendo.- A rispondere per primo fu il mio SuperIo, una vocetta severa ma acuta.

– Io stavo archiviando la tua collezione di porno mentali, – cominciò a dire l’Es – sono arrivato alla lettera S dopo 30 anni di duro lavoro, tra una decina d’anni dovrei aver finito.

– Per gli Dei pagani Es, perché non la smetti con queste trivialità? Non pensi che Whiskey abbia bisogno di qualcos’altro oltre al porno?- chiese con superiorità SuperIo.

– No. Di cos’altro può aver bisogno?

– Potete stare un attimo zitti? Ho bisogno di parlarvi seriamente. – Allora cos’è ‘sta storia? – domandai.

– Quale storia?- chiese timidamente Es, sapendo perfettamente a cosa mi riferissi.

– Rispondete o mi porto dallo psichiatra.

Rimasero per qualche secondo in silenzio, squadrandosi, indecisi se dirmi o meno la verità.

– Perché ora? Proprio adesso, in questo momento della mia vita? Mi state facendo tornare in mente America, perché lo fate? Non capite che così ci facciamo del male?

– Non è colpa nostra. Non tutta almeno. – disse SuperIo con voce rotta.

– E di chi è la colpa? Sentiamo.

– Del tuo Archivista. – sentenziò l’Io.

– E chi sarebbe?

– È il tuo “io” che gestisce i ricordi, diciamo. Ogni tanto, quando bevi tanto, vi parlate a lungo.

– E dove posso trovarlo? Devo ubriacarmi?

– Puoi fare così ma non avresti poi la lucidità per affrontarlo. Se vuoi parlargli con assoluto raziocinio… – SuperIo fece una pausa, come se avesse timore nel dirmi il seguito.

– Parla!!!

– Per incontrarlo devi andare a mezzanotte esatta all’incrocio davanti l’ospedale, far partire The Number of the Beast dei Maiden a palla nello stereo, stappare una bottiglia di birra rossa doppio malto e berla tutta d’un fiato.

– Mi stai prendendo in giro?

– Non lo farei mai.

– Sì che lo faresti. Lo fai continuamente.

– Riguardo questo argomento intendevo.

– Allora, stasera provo a fare questa cosa, da sobrio, ma se mi state prendendo in giro mi tiro la schizofrenia fino a farvi vergognare.

– Non è un procedimento ortodosso, sarebbe proibito ma ammetto che qualche spiegazione in più dall’Archivista la meritiamo tutti. – disse l’Io.

– Quindi qualcosa lo sapete?

– Diciamo che non è casuale.

– Cosa state combinando?

– Niente, te lo giuro, ma lui ti spiegherà tutto.

– D’accordo. Mi fido, non posso fare altro.

– Puoi stare tranquillo.

– Certo, come no.

Mi alzai dal tavolino con fare deciso: volevo andare in fondo a questa storia e capire cosa stesse succedendo, ero stufo di star male per nulla.

– Ho appena assistito alla scena di te che parlavi con te stesso e ti minacciavi. – Moog era apparso da non so dove, impalato lì, sull’uscio della porta.

– Tu non parli mai con le tue molteplici parti?

– Io non parlo molto, figuriamoci con le mie molteplici parti.

– Hai ragione.

– Stai bene comunque?

– Sì.

– Non devo chiamare tua madre?

– No.

– Bene. – e detto questo si diresse lentamente verso la dispensa per prepararsi un panino. Non disse altro.

Quindi questo è il breve antefatto all’incontro con il mio Archivista. Evento che condizionò non poco la mia esistenza e che, per fortuna, rimise ordine nel caos dilagante che era la mia vita. A caro prezzo. Questa cosa di America che stava tornando prepotentemente nei miei pensieri mi aveva talmente destabilizzato che ormai non pensavo più lucidamente. Ero ormai arrivato alla conclusione che ogni mia storia sentimentale passata era un piccolo pezzo di un puzzle più grande che stavo cercando di rimuovere inconsciamente. Alla luce della mia ultima relazione, per lo più fittizia, mi mancava America, mi mancava come mi faceva sentire bene, mi mancava come mi faceva ridere e come io facessi ridere lei. Nonostante tutto l’odio che avevo provato per lei nel passato, l’odio per avermi abbandonato, lei mi mancava e la cosa mi stava facendo impazzire. Perché mi ostinavo a tornare da lei, dalla persona che più di tutte mi aveva rifiutato, maltrattato, tradito e ridotto uno straccio per tutte quelle volte?

Capitolai.

Era l’unica persona ad avermi fatto provare l’amore, quello vero, quello che ti fa dimenticare tutto il resto ed è inspiegabile, impagabile, senza motivo di esistere se non che è irrazionale e dannatamente doloroso. Mi mancava quel sentimento, ecco cos’era, quel sentimento era la mia America e dopo tante storielle per colmare questo vuoto era finalmente tornato a fare capolino nella mia testa.

Ma quella con l’Archivista è tutt’altra storia.

Gli Uomini e l’Alba: origini di EndMan

Anche se non ho scritto più niente sul blog, la stesura del mio nuovo romanzo di fantascienza catastrofico/apocalittico, continua, ovviamente a rilento, ma comunque imperterrita.

Quello che segue è uno stralcio di un capitolo fondamentale che narra le origini del Superuomo che avrà una parte fondamentale nelle vicende del romanzo.

Se a fine lettura vi sorge spontanea la domanda: ma a questo tipo piacciono i fumetti?

La risposta è sì.

Buona Lettura.

 

Terra, 2054

Stazione militare Satariel, Finlandia

prigione di massima sicurezza del S.O.R.A.T.

Trascrizione di parte dell’interrogatorio segreto allo scienziato fisico Arcturus Van Halen,

processato per crimini contro l’umanità, condannato a morte.

Quanto segue è stato registrato il giorno prima dell’esecuzione.

La prima esecuzione indetta dal neonato corpo di polizia terrestre S.O.R.A.T.

ente della Corporazione.

L’interrogatorio intero è stato reso pubblico solo un secolo dopo, durante la seconda venuta di EndMan.

– Può dire il suo nome?

– Sono il dottor Arcturus Van Halen.

– Che lavoro fa?

– Sono un fisico teorico.

– Lei, e solamente lei, è stato accusato di crimini contro l’umanità, ne conosce il motivo?

– Sì.

– Vorrebbe riassumerlo?

– Sono stato accusato di aver creato il Superuomo.

– Non è questa l’accusa.

– Sono stato accusato di aver creato il Superuomo e di averlo usato, per fini personali, per compiere omicidi di massa.

– Quante persone è stato accusato di aver ucciso?

– …-

– Può rispondere per favore?

– 7 milioni, l’intera popolazione dello stato autarchico di Anacim, al polo nord.

– Potrebbe gentilmente spiegare i motivi del suo gesto?

– Li ho già spiegati ampiamente durante il processo.

– Questo non è un processo, è la dichiarazione ufficiale che rimarrà al S.O.R.A.T. per l’archivio storico. Li ripeta per favore.

– Ho creato il Superuomo per uccidere l’intera popolazione del polo nord, sede di importanti laboratori di patrimonio della Corporazione.

– Perché?

– …-

– Risponda.

– Perché stavate studiando un modo per annientarci. E l’avete anche trovato.

– Dottore, per favore, si attenga ai fatti reali.

– Questa è la realtà. Ad Anacim la Corporazione studiava nuovi metodi di sfruttamento dell’energia atomica per creare armi per il futuro conflitto nucleare.

– Se questo fosse vero, pensa di aver sgominato una guerra nucleare?

– Purtroppo no, la Corporazione ha altri basi segrete. Tuttavia la principale era quella di Anacim, sicuramente quello che ho fatto vi ha rallentati, non è vero? Per questo ve la siete presa tanto.

– Lei ha ucciso 7 milioni di persone.

– Per salvarne miliardi.

– Questo crede? Pensa di aver salvato il pianeta? La Corporazione sta salvando il pianeta.

– La Corporazione sta solo trovando un modo per dare la colpa delle sue malefatte a qualcun altro.

– È stato accusato da un regolare processo.

– Certo, un regolare processo in cui la Corporazione era parte lesa, giudice e giura.

– Che cos’è il progetto EndMan?

– È il nome che ho dato al Superuomo che ho trovato.

– Trovato? Non l’ha creato lei?

– Secondo voi un semplice uomo come me, poteva creare un Dio?

– Così ha dichiarato al processo.

– Così mi avete costretto a dire, avete minacciato la mia famiglia.

– Perché EndMan?

– Perché è l’uomo che è arrivato poco prima della fine, per salvarci tutti. E lo ha fatto.

– Dove è andato adesso? Come mai ogni traccia di lui è sparita dal pianeta?

– È tornato da dove è venuto.

– E da dove è venuto?

– Non lo so.

– Dove lo ha trovato?

– Sul monte Urania, qui in Finlandia, in una caverna.

– Cosa ci faceva lei lì?

– Sono uno scalatore.

– La verità.

– Avevo trovato delle tracce di una forte emissione di tachioni in quella zona, ero andato ad investigare.

– Cosa sono i tachioni?

– Particelle che permettono la distorsione dello spazio-tempo.

– In parole povere?

– Pensavo di aver trovato un portale verso un’altra dimensione.

– Un’altra dimensione?

– Voi tutti pensate che la realtà sia una e una soltanto ma in realtà viviamo in una dimensione di un universo con infinite dimensioni.

– EndMan viene da una di queste dimensioni?

– Sì.

– Quindi sa dove è venuto!

– No, non so da quale dimensione viene.

– Saprebbe raggiungerla?

– Evidentemente no.

– EndMan le ha lasciato qualche oggetto?

– No.

– Le ha detto che tornerà?

– No.

– Ma secondo lei tornerà.

– Sì, la guerra nucleare è sempre più vicina nonostante le mie azioni. Tornerà per scongiurarla di nuovo.

– Glielo ha detto lui?

– No, lo intuisco benissimo da solo.

– Perché un uomo di un’altra dimensione dovrebbe avere interesse nei nostri confronti?

– Questo non lo so.

– Non gliel’ha chiesto?

– Certo che gliel’ho chiesto. Non me l’ha detto.

– Che poteri ha EndMan?

– Praticamente illimitati.

– Cosa le fa pensare che non sia di questa terra?

– Il fatto che l’ho visto uscire da un portale in una caverna.

– Questo portale, si può riaprire?

– Non lo so.

– Lei può richiamare EndMan?

– No.

– Le ha fatto del male?

– No.

– Lei ha ricattato EndMan per raggiungere i suoi scopi?

– No, una volta arrivato sul nostro pianeta sapeva esattamente cosa fare. Io l’ho solo aiutato a farlo.

– Mi sta dicendo che un superuomo con poteri illimitati ha chiesto l’aiuto di un vecchio come lei?

– Le sto dicendo che una volta giunto qui EndMan aveva i suoi scopi, ma non aveva le conoscenze esatte per raggiungerli. Io gli ho fornito quelle conoscenze.

– Si spieghi meglio.

– L’ho tenuto nascosto, ho fatto in modo che nessuno, a parte voi della Corporazione, potesse venire a conoscenza del superuomo. Abbiamo agito in segreto per distruggere la vostra base al polo e per fare in modo che la colpa di tutto ricadesse su di me.

– Perché non dare la colpa a lui?

– Sapevo che avreste occultato ogni prova e vi serviva un capro espiatorio. L’umanità non è pronta per un superuomo. È pronta per l’ennesimo scienziato pazzo che uccide 7 milioni di persone.

– Lei è considerato un mostro.

– Non mi interessa cosa pensa la gente. Li ho salvati tutti e presto qualcun altro, al mio posto, invece di rimandare la faccenda come ho fatto io, troverà il modo per risolverà del tutto.

– Lei si ritiene innocente?

– … –

– Si ritiene innocente?

– No.

Painkiller: Cronache dei Metalli Pesanti – Capitolo 5

5

Artillery: Time Has Gone

Succedeva sempre così. Di nuovo nel buio delle mie cose, nella mia polvere, nel mio assente silenzio, tutto il mio assente silenzio. A stare troppo fermi, a rimuginare sulle cose, ci si impolvera e si perde il senso profondo di ciò che facciamo: scacciare la polvere.

Andai in sala verso le due di notte, Moog stava fissando la televisione. Spenta.

– Ehi amico.- gli dissi per attirare l’attenzione.

– Ehi amico.- mi disse lui senza distogliere lo sguardo. Mi sedetti vicino a lui sul divano.

– Te lo ricordi, tanti anni fa, ai tempi del liceo, quando tutto andava più lento, quando suonavamo la stessa canzone per ore, senza stancarci? Quando tutto sembrava più bello, più nuovo, più interessante, sembrava che la vita fosse calma, c’era pace, te la ricordi la pace di quei tempi? Le giornate erano lunghe, non finivano mai e avevamo sempre qualcosa da fare, nuovi modi per ubriacarci. Ora è tutto veloce, dobbiamo sempre fare tutto di fretta perché non abbiamo mai tempo. Ci pensi mai al tempo Moog? A ‘sto dannatissimo tempo che ci regola, ci comanda e ci distrugge? Stiamo morendo lentamente, te ne rendi conto? Ogni giorno che passiamo è perso, ogni secondo che non viviamo con la giusta intensità, è andato, andato per sempre. Questa cosa non mi da pace. Te li ricordi i tempi del liceo?

Moog si girò e cominciò a guardarmi. Erano tante parole da incamerare, quelle che gli avevo detto in poco tempo. Ci avrebbe messo un po’ a rispondermi.

Passò un’era geologica. Vinsi la scommessa coi separatisti che non credevano che l’era glaciale avrebbe distrutto l’umanità e il pianeta e coi soldi guadagnati, riarredai casa come meglio credevo. Poi Moog rispose.

– Sì amico, mi ricordo.

– Grazie amico, non saprei come fare senza di te.

– Figurati.

Mi ritrovavo sempre nel silenzio e la cosa che faceva più male era la seguente: non volevo più stare nel silenzio. Mi mancava parlare e uscire fuori da quel buio, da tutta quella polvere.

– Che stai facendo al buio? Perché fissi la televisione?- domandai poi al mio pragmatico amico.

– Non è come sembra.

– E come sembra?

– Stavo meditando.

– Pensavo avessi smesso.

– È gratis.

– Perché smettere?

– Infatti.

– Infatti.

– Allora ti lascio meditare.

– Grazie amico.

– Figurati.

Avevo voglia di farmi una birra. Poi mentre toglievo tutta quella polvere dalla mia mente, realizzai. Fu come un urlo, un urlo galattico, un’esplosione all’improvviso, un boato cosmico.

– Moog, te la ricordi America?

– Dannazione. Cazzo. Dannazione. Maledizione. Cazzo. Whiskey.- alcune imprecazioni non corrispondono propriamente alla realtà. Ma i tempi della letteratura beat, sono finiti anche loro.

– Moog, stai calmo! Non è successo niente!

– Non è successo ancora niente! Che vuoi fare? Perché mi chiedi di lei? Proprio adesso, proprio a questa età, questa notte, in questo istante?

– Perché ci stavo pensando.- tacendo il fatto che ci stavo pensando da nove anni, incessantemente.

– La devi smettere di cercare l’America. Non te lo ricordi quello che ti ha fatto?

– Certo che me lo ricordo. Me lo ricorda continuamente anche quel cazzo di libro che ha scritto Pirri e che tu tieni in salotto contro il mio volere.

– Mi fa ridere.

– Ti fa ridere la mia deprimente storia?

– Ma quale deprimente, ci siamo divertiti come matti all’epoca.

– Perché ora non ci divertiamo più come prima? Me lo spieghi?

– Perché adesso abbiamo altre cose.

– Un modo gentile per dire che siamo vecchi.

– Se vuoi vederla così.

– Perché tu come la vedi?

– La vedo che devi smetterla di pensare a quella ragazza. Ci ha rovinato la vita.

– Ci?

– Certo, dove credi che ero io quando tu soffrivi come un cane. Ho dovuto bere come la squadra di scacchi russa per starti vicino.

– Ti ringrazio per il sacrificio amico mio.

– Ci mancherebbe, qualsiasi cosa per te amico mio.

Poi bevemmo un paio di birre, per uno.

– Mi dici cosa cazzo ti passa per la testa?- mi chiese Moog dopo la quinta birra.

– Mi passa che ho voglia di uscire. Andiamo a farci una birra.

Il bello di Moog è che non poteva dire di no perché aveva un vocina interna che alla parola birra sopiva tutti i suoi demoni interiori trasformandoli in irlandesi sobri il venerdì sera del giorno di paga, bisognosi di tracannare alcol.

Uscimmo dal pub alle 3 del mattino – o della notte? – ubriachi fradici. Non ricordo che giorno fosse ma non era certamente importante, se lo fosse stato sarebbe accaduto tutto di venerdì perché le cose indimenticabili succedono sempre con un giorno intero di anticipo dalla domenica, giornata adibita all’ozio. Pioveva forte, come se non piovesse da un’eternità, la strada si abbeverava ferocemente della pioggia e faceva freddo. Eravamo talmente ubriachi che potevamo affogare da un momento all’altro.

In un momento di estasi suprema ricordai che non avevamo la macchina, la strada verso casa era lunga, perigliosa e soprattutto bagnata. Fu allora che incontrammo le versioni più giovani di noi stessi. La mia si aggirava intorno ai 18 anni, aveva i capelli lunghi fino al culo, le basette da macellaio, gli occhiali da sole e l’inseparabile chiodo di pelle. Quella di Moog era sui 20, aveva un paio di anni più di me, era il suo periodo hippie/barbonestazioneTermini e quindi oltre a una folta chioma bionda, aveva la barba lunga da Karl Marx.

La versione più giovane di me cominciò a parlare:

– Quindi tra dieci anni io sarò così patetico? E quando cazzo me li sono tagliati i capelli?- disse squadrandomi con altezzosità.

– Senti, – risposi sopprimendo un conato di vomito dovuto all’alcol eccessivo, – se questo è una specie di scherzo a la Canto di Natale di Dickens, desistete, non voglio vedere il mio funerale, le catene del mio presente né tanto meno le eccessive, estenuanti, disastrate e disidradate giornate del mio passato.

– Senti tu, – rispose ancora con la puzza sotto il naso il mio giovane me – lo so che ti piace fare l’intellettualoide citando libri, autori, poesie, romanzi eccetera eccetera, ma io e il mio illustre amico Moog siamo solo la proiezione della vostra mente perversa e della vostra voglia di riavere quello che rappresentiamo.

– Cosa rappresentate?

– E me lo chiedi pure? Con che coraggio! Rappresentiamo la vostra ingenua giovinezza, quando bevevate fino a svenire ma vi bastavano quattro ore di sonno per riprendervi e ricominciare a bere. Rappresentiamo il vostro periodo da superuomini, quando vi sentivate invincibili e Lex Luthor non aveva ancora trovato la kryptonite per farvi fuori.

– Ovvero la vita che ci introduce alla vecchiaia?- specificai io.

– Esatto.

Mentre io e il mio alter ego parlavamo non proprio amabilmente, i due Moog si squadravano senza dire, ovviamente una parola. Se c’era una lotta verbale, questa accadeva esclusivamente nelle loro teste e a noi non era dato ascoltare. Poi il mio doppio mi parlò:

– Perché ti sei fatto crescere la barba così lunga? È tornata la noncuranza? Non è una cosa buona.

– Purtroppo è così, mio giovane me.

– Ti stai di nuovo coprendo la faccia per nasconderti dal mondo?

– Più o meno.

– Potrei accedere facilmente ai tuoi pensieri ma non voglio e non posso farlo. Posso dirti solo questo: lo so che stai pensando a lei, alla tua fantomatica America, ma devi lasciarla andare e soprattutto non la devi cercare mai, MAI, hai capito? Terribili cose accadranno se la cercherai.

– E tu che cazzo ne sai? Sei solo un parto della mia mente.

– Capisci l’ironia? È proprio la tua mente a sapere perfettamente che non devi cercarla: se torni da lei succederanno di nuovo le stesse cose che sono successe nel libro di Marco Pirri, Poison Whiskey.

– Perché parlate tutti di quel libro?!?

– Tutti chi?

– Tu e Moog.

– Non mi sembra un numero considerevole.

– Per me è più che sufficiente per non sopportarlo più.

– Comunque il punto è che devi andare avanti, devi tenerti stretta la tua vita, non buttarla via dietro persone che non ti vogliono.

– Hai ragione. Com’è che sei così saggio?

– Beh, nell’incoscienza dei diciotto anni c’è qualcosa di sacro, un momento di superomismo nietzschiano che ci innalza oltre il cielo e le nuvole e ci fa vedere il mondo con assoluta chiarezza.

– … –

– … –

– Sei ubriaco?- domandai al mio saggissimo alter ego che, a quanto pare, la sapeva lunga.

– Tu lo sei?

– Sì.

– Però quello che ho detto è vero. Vuoi che ti mostri il futuro?

– Vedi che avevo ragione? Sei un fantasma dickensiano.

– Stavo scherzando. Dimenticati di America, di quell’America, cercane un’altra, cerca un’altra costa, cerca un altro mondo da fondere col tuo e che ti possa capire. Cerca un’altra ragazza con cui ascoltare Harvest di Neil Young.

– E se mi porta via di nuovo da tutto ciò che amo?

– Se sarà la vera America, non lo farà.

I nostri doppi sparirono e rimanemmo impalati sotto la pioggia. Guardai Moog, era perplesso.

– Che ti ha detto?- mi domandò.

– Mi ha detto di non pensare ad America, di trovare un’altra persona che possa diventarlo al posto suo. Mi ha detto di andare avanti.

– Non è quello che ti ho detto io tempo fa?

– Sì, più o meno. A te che ha detto?

– Niente.

– Come niente?

– Sai che sono di poche parole.

E senza dire altro ce ne tornammo a casa, nella pioggia.

Painkiller: Cronache dei Metalli Pesanti – Capitolo 4

4

Van Halen: Take Your Whiskey Home

Rientravo a casa verso le 5 del pomeriggio dopo una giornata di lavoro al giornale. Scrivere di critica musicale nel 2014 non è la cosa più facile del mondo, soprattutto considerando che il mondo va da una parte e io da tutt’altra e la direzione che ha preso il mondo è da me particolarmente osteggiata. Così imparai a fare il grafico e, per avere un lavoro a tempo pieno, mi occupavo di impaginazioni e cazzi vari. Rientravo a casa, dicevo, e trovai Moog, il mio sorridente coinquilino, sul divano mentre ascoltava i Rebel Meets Rebel del grande Dimebag Darrell a volume stranamente basso, al limite del silenzio. Aveva un sorriso compiaciuto, sentivo che voleva dirmi qualcosa.

– Che cazzo hai combinato? Ti hanno arrestato per ubriachezza molesta?- gli domandai.

– Non ancora.

– Allora cos’è?

Poi tirò fuori una bottiglia da dietro la schiena e capii il motivo della sua non troppo velata gioia.

– Una bottiglia di Talisker. Allora è vero che stiamo invecchiando, prima ci bastava lo sciacquo dei pavimenti comprato a minor prezzo possibile e in quantità maggiori possibili. Cosa ci è successo?

– Il fegato è successo, ecco cosa.

– E da quando ti preoccupi del tuo fegato?

– Da quando comincia a far male quando vede birra da quattro soldi e whiskey che sa di veleno. Ci siamo avvelenati, amico mio.

Sgranai gli occhi.

– Cavolo, sei straordinariamente lucido quest’oggi. A lavoro sei andato?

– Certo.

– Certo?

– Certo, che credevi?

– Credevo che ti piacesse non andare a lavoro per stare a casa ad ubriacarti.

– Questo era fino alla settimana scorsa.

– Colpa di una donna vero?

Moog mi guardò negli occhi. Mi guardò con quei suoi occhi privi di sguardo che passavano il tempo a stare da un’altra parte, un altro mondo, un’altra realtà, un altro piano di esistenza, ovunque ma non qui e non capii niente perché le sue pupille erano vuote come il concerto di un gruppo death emergente al mercoledì sera.

– No, ma quale donna.- rispose con tutta calma tornando a guardare il niente.

Andai a prendere dei bicchierini da whiskey e mi sedetti vicino a lui sul divano.

– Questo ce lo beviamo dal bicchiere, come dei signori.- aggiunsi.

– Vuoi accendere il camino?

– Magari.

– Non ce l’abbiamo.

– Cosa?

– Il camino.

– Non ce l’abbiamo.

– Lo so. Possiamo trovare su youtube un video che ne emuli i rumori caratteristici.

– Ma da quand’è che usi parole con tutte queste sillabe?

– Sto leggendo molto ultimamente.

– Ah sì? E perché non me l’hai detto?

– Ti ho visto indaffarato.

– Già.

– Virginia?

– Già.

– Com’è andata a finire poi?

– Niente, mi ha lasciato.

Lui riempì i bicchierini e cominciò a bere.

– ‘Sto whiskey è da paura.- disse lui contento.

– Dovremmo farci degli impacchi.

Lui mi guardò male.

– Stavo scherzando.- aggiunsi ridendo.

– Mi dispiace che ti ha lasciato. Come stai?

– Bene, mi sono ubriacato e ho capito varie cose.

– Bravo, è così che facciamo.

– Però poi sono stato male e ci ho messo due giorni per riprendermi dalla sbornia.

– Perché non abbiamo più l’età.

– Già. Dici che dovremmo smettere.

– No, magari diminuiamo un po’.

– Abbiamo già diminuito un po’, non lo vedi quanti soldi abbiamo? Col fatto che non compriamo più camion di birra, abbiamo risparmiato un sacco di soldi.

Ci guardammo. Ci guardammo per molto tempo. Ognuno di noi fece i conti con sé stesso e perdemmo entrambi, miseramente.

– Ok, – dissi – non spenderemo tutto il guadagnato per comprare camion di birra.

– Già. Questo significa essere adulti vero?

– Così dicono.

– L’hai gestita bene la cosa con Virginia, bravo.

– Grazie amico, hai sentito la conversazione di mattine fa quand’è venuta qui?

– Sì.

– Pensavo fossi a lavoro.

– Ero nel tuo armadio.

– Che cazzo, devi smetterla di andare nel mio armadio.

Bevemmo un altro bicchierino. Quel whiskey era talmente buono che sembrava succo di malto. Il sapore affumicato, vagamente piccante, riscaldava la bocca e poi le vie digerenti senza tregua. Era superbo.

– Sei andato fino al supermercato per comprarlo?- gli domandai.

– Certo.

– Ma tu non guidi.

– Certo che guido.

– Ah, è vero.

– Quindi hai preso la mia macchina?

– Quando?

– Per andare al supermercato.

– Può darsi.

– Era blu?

– La tua macchina non è blu.

– Lo so. Quindi, era blu?

– Non mi pare.

– Era grigia?

– Cosa?

– La macchina.

– Che macchina?

Terzo bicchierino.

– Dovremmo smetterla, questo whiskey è da degustazione e noi lo stiamo sprecando. Potremmo avere ospiti.- gli dissi cominciando a guardare il vuoto a mia volta.

– Sembri mia madre.

– Già. Lo sembriamo entrambi.

– Già.

– Perché stai ascoltando la musica a volume così basso?- gli domandai incuriosito.

– Così potevamo parlare.

Mi girai per guardarlo stupito.

– Parlare?- gli chiesi come se fosse la prima volta che sentivo quel verbo in tutta la mia vita.

– Certo, non avevi voglia di parlare? Abbiamo parlato, no? Stiamo parlando.

– Moog, tu odi parlare, parli poco e niente, a volte finisci la riserva di parole giornaliere e smetti di parlare a metà frase.

Non rispose.

– Moog?- lo scuotevo, lui mi guardava, ma non succedeva niente.

Aveva finito la riserva di parole, così bevemmo altri due bicchierini di quel fantastico whiskey ascoltando musica e senza dire altro. Moog era un buon amico, mi erano sempre piaciute le persone che parlavano poco.

Dopo cena andai in camera mia e mi rilassai a letto. Sapevo perfettamente che se avessi chiuso gli occhi avrei fatto dei pensieri su quello che era accaduto da poco nella mia vita e volevo evitare con tutto me stesso che accadesse. Normalmente avrei alzato a tavoletta il volume della musica. L’altra cosa che facevo normalmente era sbronzarmi fino a perdere i sensi e non pensarci. Ecco, tremo solo nel dirlo ma capii che non era quella la soluzione, non poteva essere sempre quella la soluzione. Così feci l’unica cosa che potevo fare in quel momento.

Andai al pub.

Painkiller: Cronache dei Metalli Pesanti – Capitolo 3

Per tutti i nuovi sintonizzati ricordo che, avendo passato una vita a leggere romanzi e fumetti, ascoltare musica e a vedere film, ho un bagaglio citazionistico al quale ogni tanto devo dare sfogo. Così, come Poison Whiskey, nella sua semplicità era fitto di citazioni a scrittori famosi,  scene prese pare pare dai film, giochini di parole alla Joyce, chiasmi vari, paragrafi le cui iniziali formavano complicati acronimi, capitoli scritti senza punteggiatura e altri che ricalcavano la struttura di romanzi famosi, ricomincio anche qui con questo complicato passatempo.

Buona lettura e buona caccia alla citazione!

3

Megadeth: My Last Words

Il giorno dopo che mi lasciò, Virginia ci tenne a ridarmi le mie cose. Non starò qui a far finta di fare il duro, superiore ad ogni cosa, che se ne sbatte di tutto quello che sta succedendo.

Mi ubriacai.

Quando lei mi vide, sotto casa sua, sorrise. Non mi piaceva quel sorriso. Non più.

– Così rendi le cose molto più facili.- disse lei con una sacca da palestra dell’Adidas piena di, immaginai, cose mie.

– È proprio per questo che ho bevuto. Sai, le percezioni alterate mi aiutano a non capire molto di quello che sta succedendo.

Breve silenzio.

– Con un po’ di fortuna forse non ricorderò nemmeno tutto ciò.- ma la verità è che sapevo perfettamente che avrei ricordato tutto, per tutta la vita, perché il sadico e perverso autore della mia vita, tale Marco Pirri, si diverte a farmi vivere questi strazianti momenti senza alcun cruccio da parte sua.

– Ci sei ancora?- mi domandò lei vedendomi assente.

– Sì, scusa, stavo pensando a… hai presente quando pensi che le tue azioni non siano propriamente dettate dal tuo io ma da qualcosa di esterno?

– Senti, non mi va di stare a sentire le tue divagazioni da ubriaco.

Altro breve silenzio.

– Vuoi dimenticarmi?- mi chiese con un tono più dolce.

– Non potrei mai, sei stata parte di me per tutto questo tempo.- soffocai un rutto da birra. Poi guardai in alto, in cerca del mio creatore. Sei lì da qualche parte vero? E te la spassi alle mie spalle!

– Mi dispiace sia andata in questo modo…- aggiunse poi.

– C’è un altro vero?

– No che non c’è!

Tre giorni dopo scoprii che c’era un altro. Nell’ultimo mese ero stato per lo più sobrio e avevo notato un interesse sempre maggiore di Virginia nell’andare in palestra. Strano, pensavo, considerato che era la ragazza più pigra della galassia centrale e di quella a spirale. Fatto sta che il tizio lo conobbe in palestra e dopo avermi mollato già ci andava mano nella mano sotto casa sua la quale, caso voleva, era proprio a tre palazzi di distanza dalla mia.

Fantastico.

Dopo averla vista mi chiamò al telefono.

– Non è come sembra!- disse lei dopo brevissimi convenevoli.

– Ma è magnifico! Allora questa frase si usa anche nella vita reale oltre che nelle commedie romantiche di serie b!

– Tu non c’eri mai.

– Cazzo, due a zero per te.

– Lui è gentile con me.

Terminato il film a caso con Sandra Bullock e Richard Gere nonché fiera del luogo comune, con tutta la calma che le discipline orientali mi avevano insegnato, soffocai un numero imprecisato di imprecazioni tanto che la chiesa del mio quartiere suonò le campane per un’ora almeno.

Così arriviamo al punto in cui, vittima delle circostanze, faccio il superiore.

Non me ne fregava niente di Virginia né del palestrato con cui mi aveva tradito e sostituito. Non ero mai stato innamorato di lei e non avevo nemmeno fatto alcunché per riprendermela.

Lunedì mattina. Una settimana dopo la chiamata al telefono con il riassunto di una commedia americana romantica, Virginia era alla porta di casa mia.

– Cosa vuoi?- le domandai senza farla entrare.

– Posso entrare?

Ero combattuto. Ammetto che la curiosità per quello che mi avrebbe detto, era tanta, le scuse che avrebbe usato e così via. D’altro canto la mia parte indifferente si chiedeva cosa mai potessi giovare da una situazione del genere.

Le feci cenno di entrare, senza dire niente.

– Ma… non che siano più affari miei, hai già bevuto?- mi domandò spiacevolmente stupita.

Già è un concetto molto vago.

– No, non lo è, hai già bevuto questa mattina oppure no?

– No. Ho bevuto quando era ancora notte, indi per cui il tuo già non ha potere qui.

– Cazzo, Whiskey, possibile che campi in questo modo?

– Ferma ferma ferma ferma. Sei venuta qui per farmi la paternale? Tu? Dopo quello che mi hai fatto.

Silenzio.

– Almeno è un tennista?- chiesi poi.

– Tennista? Cosa…?

– Niente, ricordi di una vita fa. Che cosa vuoi?

– Voglio chiederti scusa.

Avete presente la risata del Joker di Jack Nicholson nel Batman di Burton del 1989?

– Stai scherzando?

– No.

– Nemmeno io.

– Cioè?

– A te Batman non piace vero?

– Questo cosa c’entra?

Facevo fatica a mantenere la concentrazione, lo ammetto. Capivo perfettamente cosa stesse accadendo ma la verità è che ogni sua parola mi scivolava sul cranio, cadeva per terra, rimbalzava e ne analizzavo il suono solo una volta che questa fosse rientrata, lentamente, nelle mie orecchie.

– C’entra che non voglio più avere a che fare con te. Dispiace a me per quello che ti ho fatto.- sapevo perfettamente cosa stessi dicendo, ma avremo modo di tornarci un po’ più avanti nella storia.

– Cosa mi avresti fatto?

– Ho detto che ci tornerò più avanti nella storia. Lo capirai, tranquilla. Torna dal tuo tennista.

– Tu sei ubriaco.

– E sai che sono assolutamente lucido in questi casi. Lasciami stare. Torna nel tuo sogno, io torno al mio. D’altronde era scritto che sarei rimasto fedele all’incubo che mi sono scelto.

Sentii il suo sguardo penetrarmi l’animo e fu doloroso, come due dita che ti premono gli occhi in un film di Tarantino. E poi c’era silenzio, stranamente non c’era musica nell’aria. A lei la musica non piaceva. Non era la prima volta che la vedevo piangere eppure fu diverso. Fu vero. Le cose stanno così: viviamo vite dettate da accadimenti più o meno significativi, pochi di questi sono veri perché dettati da sentimenti veri, profondi, talmente radicati dentro di noi che si possono toccare con mano, tutto il resto è solo tempo che fugge. In quell’istante ero in presenza di un momento vero perché entrambi stavamo provando qualcosa: io ero triste e avevo dei tremendi sensi di colpa verso di lei; lei era triste perché aveva dei tremendi sensi di colpa verso di me. Ci conoscemmo solo in quell’istante, tuttavia, perché prima era stato un lungo prologo e questo il primo ed unico atto.

– Non ti ho mai amato.- le dissi spezzando un silenzio millenario. – Mi dispiace. Ci ho messo tanto per capirlo.-

Lei scoppiò in un pianto singhiozzante.

– Mi vuoi punire per quello che ti ho fatto?

– No, temo che per quello farai da sola, io ti ho detto solo la verità. Non ho altro da dirti.

Abbassò lo sguardo e tornò al suo incubo.

– Ci vedremo di nuovo? In un’altra vita magari… quando saremo tutti e due ga…-

– No, mi dispiace, io ho solo un passaggio su questa terra, poi tornerò sul mio asteroide e continuerò a cercare una galassia meno complicata di questa.

Non disse altro ma nel suo silenzio colsi ogni cosa di quello che le avevo fatto. Provavo rimorso ed ero ubriaco fradicio. Sentivo tutto l’universo che mano a mano si stendeva sotto di me e si quietava. Lei infilò la porta e andò via senza dire altro.

Mi cercò ancora, quando pensava che tutto stesse andando per il peggio e che io potessi essere un faro nella notte ma la verità è che la sua notte ero io e basta, la sua luce risplendeva fortissima senza di me.